top of page

Buonanotte, Punpun

  • Immagine del redattore: Chopin
    Chopin
  • 23 ago 2020
  • Tempo di lettura: 10 min

Aggiornamento: 26 apr 2021

(SPOILER FREE)


Conoscendo e parlando con altre persone mi sono reso conto di quanto forse io prenda troppo seriamente tutti i tipi di media che consumo: è qualcosa che ho iniziato a fare da non troppo, ispirato principalmente da persone che riuscivano ad analizzare anime in maniera così profonda e dettagliata da farmi capire quanto superficiale fossi prima, quando mi approcciavo ad una qualsiasi opera. Non che lo ritenga un male; anzi, penso che riuscire a ricercare a fondo i motivi per il quale un’opera possa piacere sia un grande passo non solo per capire meglio i nostri gusti e quindi avvicinarsi ad altro di simile, ma anche per capire meglio sé stessi. E forse è qui che inizio a prendermi troppo seriamente: non tutti “consumano” media per una crescita personale, alcuni lo fanno semplicemente per passatempo, o per avere qualcosa di cui parlare; altri ancora lo fanno ma senza spingersi troppo oltre di quanto faccia io, ed effettivamente pensandoci è abbastanza normale: si tratta d’intrattenimento dopotutto, perché dovrei mettermi a raschiare il fondo di un barile dove la maggior parte delle persone non ci trova più di quel che già hanno da del semplice intrattenimento?


Tutti questi discorsi reggono per un bel po’ di roba che ho visto, ma tutto cade completamente quando penso ad un semplice manga: Oyasumi Punpun. Premetto che tra anime, serie tv, film e libri, i manga sono il prodotto che ho consumato di meno e non mi sarei mai aspettato che sarebbe stato proprio un manga a scrutare la mia anima e la mia psiche in maniera così viscerale. Non sono neanche l’unico a pensarlo: osservando vari resoconti in rete (e anche di alcuni conoscenti), mi sono reso conto di quanto Inio Asano, in questo suo capolavoro, sia riuscito in tutto e per tutto a scovare e trattare i drammi che affliggono un’intera generazione di persone, in maniera cruenta, spietata e senza peli sulla lingua. È anche abbastanza difficile per me riuscire a parlare in maniera oggettiva di qualcosa che trovo così intimo: ogni volta che ripenso a Punpun, o mi capita di vedere video a riguardo o di rileggere qualche capitolo, mi ritrovo immerso in un mondo completamente a parte, estraniato dalla realtà e dalle persone, circondato solo da tutti i pensieri e le emozioni che è riuscito a suscitare in me.


Oltre ad essermi stato consigliato spessissimo, ciò che mi ha sempre incuriosito maggiormente era sicuramente lo stile: un mondo fin troppo realistico e dettagliato, colmo però di elementi stilizzati, foto in bianco e nero e altre stravaganze stilistiche che lo rendevano surreale ed interessante, nonché un’esperienza visiva unica nel suo genere. Come ho accennato prima, non mi sarei mai aspettato che sarebbe stata proprio la lettura di un manga a suscitare in me tutto quello che ho provato, data non solo la mia ossessione più accanita verso prodotti di animazione, ma anche vista la mia preferenza per loro, in quanto ritengo abbiano più da offrire per la maggior parte delle volte (tra animazione, voice acting, musica, colori e così via...). Ma questa volta è andata diversamente. Oyasumi Punpun riesce a sfruttare al 100% -e anche più- i mezzi di comunicazione che ha a sua disposizione, rendendo perfettamente nel formato in cui viene presentato e al quale difficilmente si potrebbe aggiungere qualcosa con un adattamento animato. Sul web vengono spesso citati nomi che sarebbero stati in grado di rendere giustizia al manga con un prodotto animato; grandi registi del calibro di Masaaki Yuasa, Satoshi Kon e Akiyuki Shinbou. Tuttavia, senza togliere nulla alla loro maestria, e anche al fatto che (secondo il mio modesto parere) lo Studio Shaft sarebbe in grado di affrontare l'impresa, i miei dubbi sulla realizzazione rimangono comunque alti.

Seppur per altre ragioni, un altro caso di manga inadattabile che mi viene in mente è sicuramente Berserk: i dettagliatissimi disegni di Kentaro Miura risulterebbero irriproducibili sul piccolo schermo e ogni tipo di animazione perderebbe sicuramente il confronto. Nonostante anche Punpun abbia una componente tecnica che non ha nulla da invidiare a nessuno, i motivi dovuti al suo non essere adeguato per un adattamento risiedono anche nella sua impostazione narrativa, che spiegherò meglio un po’ più avanti.



Dunque, fatta questa doverosa premessa sullo stile (che, comunque sia, ha continuato ad impressionarmi per tutta la durata della mia lettura), il vero punto di forza risiede nella storia, nei personaggi e nella loro scrittura, con un tipo di narrativa che segue una sorta di escalation, diventando man mano che si va avanti sempre più pesante e cruenta per i temi trattati e per il come vengono trattati. La trama è semplice, anzi; quasi totalmente assente, dato che si tratta di una “coming-of-age story” (storia di formazione), dove seguiamo la vita di un ragazzo del quale non conosceremo mai veramente il nome (Punpun è solo il modo in cui viene identificato dall'autore e dal lettore, nonostante anche gli altri personaggi lo chiamino così), dal periodo delle elementari fino ai 22 anni circa. Oltre a non sapere il suo nome, non conosciamo neppure il suo vero aspetto, dato che viene rappresentato (e insieme a lui anche i suoi familiari) come una specie di pulcino stilizzato, quasi come il disegno di un bambino, il che lo rende come un elemento totalmente estraneo e alieno al mondo che lo circonda, nonostante egli sia una persona in tutto e per tutto. A volte infatti, in alcune tavole i suoi arti o altre parti del corpo vengono disegnate, lasciando intendere che sia solo una scelta stilistica e che gli altri personaggi nel manga lo vedono normalmente. Il suo aspetto inoltre muta durante il corso della storia, atto a rappresentare i suoi stati d’animo con un simbolismo veramente forte e significativo. Ad aggiungersi a questi elementi di alienazione c’è anche il fatto che non lo sentiamo mai effettivamente parlare, molte volte è il narratore ad esprimere i suoi pensieri o quello che dice con espressioni del tipo “Punpun pensava…” o “Punpun in quel momento voleva…”, e quando è effettivamente lui a dire qualcosa non avviene tramite al classico baloon dei fumetti: piuttosto, le sue parole vengono poste in un riquadro separato dalla scena, dove sono virgolettate e accompagnate da uno sfondo completamente nero; come se fossero situate ancora nella sua mente e non riuscisse ad esprimerle e a comunicare con gli altri. Tutti questi elementi hanno lo scopo di far identificare il più possibile il lettore con il protagonista, in maniera da amplificare notevolmente le sensazioni provate rispetto a quanto succede durante tutto il corso della storia, in particolare verso la fine (e dire che è riuscito nel suo intento è poco). La storia non si concentra solo su Punpun: ci sono vari archi narrativi che hanno come protagonisti altri personaggi, come sua madre, suo zio, alcuni suoi amici e via dicendo. In ogni caso, si possono comunque distinguere 3 blocchi narrativi principali, a mio avviso: l’infanzia/preadolescenza, l’adolescenza/ primi anni da adulto e il finale.



Le prime parti della storia si distaccano dal corpo narrativo principale per il modo in cui il mondo viene rappresentato, ossia attraverso gli occhi di un Punpun ancora piccolo, di un bambino che lo vede e lo interpreta come soltanto in età infantile si potrebbe fare, accentuandone molti degli aspetti in maniera esagerata e dando dimostrazione di quanto distorta possa essere la realtà del mondo dei più grandi quando vista da una persona ancora non matura. Nonostante la componente surreale ed onirica sia presente in tutto il manga, è durante i primi capitoli che questa si mostra in maniera più prominente: alcuni adulti vengono rappresentati in maniera spaventosa e i loro comportamenti sembrano essere quelli di persone psicopatiche, dando ancora più risalto all'estraniazione che si prova da bambini nei confronti del mondo dei più grandi. I primi racconti e i primi traumi che vengono narrati -che riguardano la nascita e la fine di primi amori e prime amicizie, di rapporti familiari, in minor parte anche la propria sessualità e di come nessuno sembra comprenderci- sono colmi di cinismo e black humor, e fungono come una sorta di cuscinetto narrativo, in preparazione alle parti molto più pesanti che seguiranno. Inoltre è proprio qui che sono riuscito a formare un legame affettivo con il protagonista e quello che provava, in maniera sempre più subdola, fino ad identificarmi completamente in lui senza che me ne rendessi conto e varcando una soglia di non ritorno.



La parte centrale è stata quella più difficile da leggere, non tanto per ciò che accade a livello narrativo, ma per tutta la caterva di emozioni che mi ha suscitato. Come già detto: il semplice legame che provavo per Punpun si era trasformato in una totale identificazione in lui (e anche altri personaggi in maniera minore) e con quello che faceva, provava, o con le sue decisioni. Non mi sono sentito compreso, mi sono sentito violato: mi ha fatto affrontare parti di me stesso che non avrei mai voluto e pensato di fronteggiare, e ha suscitato pensieri che avrei preferito rimanessero negli anfratti della mia mente. Ho dovuto prendere numerose pause per fare i conti con ciò che stavo provando (tutto questo contando che l'ho letto durante il periodo di quarantena, fate voi); le tematiche erano sempre più forti: dall'isolamento sociale alla depressione, dalla visione pessimistica del mondo e dell’amore all'odio profondo che molte volte proviamo per noi stessi, dall'incomprensione che c'è tra noi essere umani al fronteggiare i nostri istinti più profondi e così via. È inoltre durante il periodo adolescenziale/post-adolescenziale che vediamo gli effetti dei traumi vissuti da piccolo, il che mi ha fatto rendere conto di quanto effettivamente i primi anni di vita vissuta, le prime interazioni sociali e le prime emozioni provate in tenera età possano condizionare in maniera massiccia il resto della vita e il nostro approccio ad essa, senza che noi possiamo renderci conto dei motivi. Punpun inizia a vivere sempre più episodi che lo cambiano costantemente, arrivando a mutarne l’aspetto in maniera simbolica come detto prima (senza spoilerare ci tengo a sottolineare che alcuni di questi simbolismi sono tra i più belli e geniali che io abbia mai visto concepire); non solo questo, ma anche i suoi pensieri innati, sussurrati dalla vocina che tutti noi abbiamo in testa e che non fa altro che angosciarci, diventano sempre più forti e più frequenti (anche qui, ci tengo a sottolineare che come viene rappresentato tutto ciò è semplicemente perfetto ed è qualcosa che ancora adesso, a volte, riesce a tormentarmi). Ora, mi sto soffermando solo su quanto accade al protagonista, ma gli archi narrativi secondari che riguardano altri personaggi non sono per niente meno intensi. Anzi, soprattutto quello che riguarda la madre di Punpun è uno dei più struggenti che abbia letto, presentando il dramma di una donna alla ricerca costante di qualcuno che possa darle l’amore che tanto cerca, tutto ciò senza però mai dare amore in cambio (esemplificando il tutto). È importantissimo come arco narrativo; non solo per quanto sia ben scritto, ma soprattutto perché fa comprendere meglio e rende molto più umano e comprensibile un personaggio che altrimenti per tutto il resto del racconto è stato messo in una luce decisamente negativa, mettendo in chiaro quanto l'autore si sia preso la briga di curare fin nei minimi dettagli ogni tratto della storia.



L’ultima parte, nonostante avvenga nello stesso periodo di età della precedente, presenta una forza narrativa decisamente diversa e molto più potente rispetto al resto: gli avvenimenti che colpiscono i protagonisti non sono più qualcosa ai quali sia facile relazionarsi (tant'è che infatti non ci provano nemmeno), ma hanno piuttosto l'obiettivo di turbarci, in quanto era proprio questo il fine ultimo di Asano stesso, che dice: “Ecco un tipo diverso di manga. Guarda la profondità della realtà che un manga può esplorare”. Dopo tutta l’immedesimazione avvenuta con i personaggi, gli eventi finali si presentano come un vero e proprio calcio negli stinchi: un climax (derivante da tutti gli avvenimenti e le scelte che sono state compiute dai vari protagonisti) che mira a sconvolgerci e forse anche un po’ ad avvertirci di quanto possa andare male la vita se si prosegue sulla stessa strada che ha percorso Punpun. Sostenere, però, che il finale dell’opera sia totalmente negativo e nichilista equivarrebbe a minimizzare completamente il messaggio catartico che l’autore ha voluto inserire, seppur esso sia nascosto e non facile da trovare. È vero che non fornisce soluzioni e sembra ci lasci davanti ad un burrone senza fondo, ma bisogna avere la forza di uscire da questa lettura rafforzati e con una migliore comprensione di sé stessi. Lo stesso mangaka ha affermato di aver scritto questo manga per liberarsi da una serie di pensieri negativi che lo affliggevano da molto tempo e che l'intento era quello di passare ad una visione totalmente negativa della vita, a differenza del suo precedente lavoro Solanin. Quindi possiamo senz'ombra di dubbio ammettere che, con la realizzazione di Oyasumi Punpun, non solo Asano sia riuscito alla grande nel suo intento; ma anche che l'opera in questione sia stata liberatoria per la sua anima.

Il problema principale che ho, tuttavia, è che consigliare questo manga a qualcuno non è affatto un’impresa facile: se una persona non ha mai provato le sensazioni descritte e i problemi affrontati, difficilmente si troverà davanti a qualcosa che possa apprezzare, o con la quale relazionarsi; anzi, potrebbe trovarlo di una forte pesantezza e di un inutile, esasperato ed esagerato pessimismo. D’altra parte, chi soffre ancora di tutto ciò che avviene nel manga, potrebbe ritrovarsi in uno sconforto e in una situazione ancora peggiore di quella iniziale, in quanto ripeto che non è una lettura facile e non offre soluzioni in bella vista. Il miglior paragone che sono riuscito a trovare per descrivere la mia esperienza con Oyasumi Punpun è che leggerlo è un po’ come entrare in un tunnel: un tunnel lungo, profondo e buio dove, però, continuando a vagare intravedi una luce. Nonostante sia difficile, continui a camminare per raggiungerla; ma quando arrivi alla fine ti rendi conto di essere in realtà sul fondo di un pozzo e che la luce che vedevi non era altro che il riflesso del sole sopra di te. Per raggiungere quella luce devi avere la forza di scalare tutto solo di nuovo quel pozzo, senza l’aiuto di nessuno.

Dato che non scherzo quando dico che potrebbe essere troppo duro da leggere per alcune persone più deboli o sensibili, consiglio un anime che si avvicina molto sia tematicamente sia dal punto di vista della scrittura a Oyasumi Punpun: Sangatsu no Lion. Se cercate gli stessi temi (e anche molti di più, a dir la verità), una scrittura dei personaggi superba e con la quale possiate relazionarvi -ma in maniera meno dura e meno nichilista-, il manga di Chika Umino (poi adattato dal sopracitato Studio Shaft) è una perfetta alternativa, tant’è che spesso ho pensato a come queste due opere siano due facce della stessa medaglia. Non solo tematicamente; ma anche dal punto di vista tecnico, Sangatsu no lion eccelle in maniera incredibile: dal voice-acting composto da alcuni dei migliori attori nipponici (che danno alcune delle loro migliori performance nel settore), ai paesaggi, i disegni; nonché le inquadrature ricercate e la regia da maestri, che lo rendono forse il lavoro più completo dello studio e del direttore Akiyuki Shinbou (nonostante nel loro repertorio abbiano prodotti del calibro della serie delle Monogatari e Madoka Magica). Se Punpun ci poneva davanti un mondo oscuro, sconfortante, buio e privo di ogni minimo approccio positivo alla vita, Sangatsu no Lion ci presenta invece l'altra parte di questo mondo: sempre duro e non meno reale, ma pregno di quella forte empatia umana e di quelle soluzioni che tanto mancavano in Punpun.



Commenti


©2020 di Remedy Lain. Creato con Wix.com

bottom of page