Le 15 (vere) canzoni più lunghe di sempre
- Kitsune

- 26 lug 2020
- Tempo di lettura: 19 min
Aggiornamento: 13 mar 2025
Facciamo un giochino al volo. Cercate sul vostro motore di ricerca preferito “le canzoni più lunghe di sempre”, o qualcosa da queste parti. Limitatevi ai primi 4/5 risultati. Apriteli tutti e, senza manco che io ve lo stia a dire, vi sarete resi conto di una cosa.
No? Tutto nella norma?
Va be’… allora vi do una mano io: è lo stesso articolo ripetuto più e più volte.
Io non so chi abbia copiato chi (e nemmeno m’interessa saperlo), ma potrei passarci sopra se almeno le informazioni fossero corrette.
No… manco quello.
Queste liste sono piene zeppe di autentiche leggende della storia della musica, e su questo manco ci sto a discutere. Anzi, mentirei se negassi il mio amore viscerale per band come Yes, Genesis o Emerson Lake & Palmer (ree di avermi fatto appassionare un tantino troppo al progressive rock, direi…), e via dicendo. Eppure, nonostante la venerazione che riservo verso i loro lunghissimi capolavori (The Gates of Delirium; Dogs, Supper’s Ready; Karn Evil 9…), posso affermare con non poca sicurezza che non ci troviamo di fronte alle “canzoni più lunghe di sempre”, “del mondo”… ma neppure “del rock”.
Per carità, non è di certo disinformazione al 100%: brevi non sono affatto ed, anzi, sono delle autentiche odissee. Ma da qui alle più lunghe di sempre… ce ne passa. Un bel po’, anche.
Chiuderei un occhio, dunque, se non fosse che a completare e capeggiare queste classifiche c’è SEMPRE lo stesso nome. E qui, si tratta davvero di disinformazione.
Thom Yorke.
Alzo le mani anche stavolta: non solo stimo e ammiro moltissimo il leader dei Radiohead (band che, per inciso, ho visto anche dal vivo in un concerto mozzafiato), ma lo trovo un musicista geniale e senza pari. Non solo, però, la sua Subterranea non è la canzone più lunga del mondo; per la precisione, non è neanche una vera canzone. Non ha una pubblicazione ufficiale, e già questo basterebbe. Ma voglio fare chiarezza: si tratta di “musica d’accompagnamento” che il musicista aveva “composto” appositamente per una mostra artistica di qualche anno fa. 432 ore che accompagnavano l’intero luogo dell’evento, lungo 18 giorni. Sì, è un’impresa stratosferica, degna di nota senz’altro. A questo punto, tuttavia, se dovessimo considerare dei suoni d’ambiente come ‘canzone più lunga al mondo’, avrebbe vinto John Cage con i 639 anni ininterrotti di As Slow As Possible...
In ogni caso, la questione non può dirsi chiusa qui. Infatti, viene spesso affiancato assieme a Yorke, anche un altro progetto musicale, con un presunto brano da 140 minuti. The Scriptures, di questi presunti LOVE HOPE STRENGHT FOUNDATION, il quale dovrebbe durare per l’appunto oltre due ore. Se fosse vero, si tratterebbe effettivamente del brano “pop” (non il genere musicale, quanto più appartenente a tutto ciò che possa intendersi come musica “convenzionale”) più lungo della storia. Peccato che questa The Scriptures sia irreperibile, e finché non ascolterò con le mie stesse orecchie, difficile che ci crederò. Anche perché il progetto musicale in questione non è neppure un gruppo effettivo, ma un collettivo di beneficenza che riunisce svariati musicisti in tutto il mondo. Quindi, anche qui; niente di ufficiale. Nessun CD, nessun vinile, nessun download digitale; non esiste la pagina del progetto in nessun servizio di streaming musicale… niente di niente.
Fatta chiarezza su ciò che mi premeva maggiormente, è il momento di entrare nel vivo della questione: quali sono le vere canzoni più lunghe di sempre? Nel corso degli ultimi mesi mi sono informato un po’ dappertutto e il più possibile; attingendo a numerosissime fonti e conoscenze personali. Il risultato è la una delle liste più sensate che troverete mai in rete in materia. Non è per vanto, garantisco… sul web circolano svariatissime classifiche (oltre quelle italiane) piene di errori grossolani e, più in generale, omettono ciò che meriterebbe realmente di rientrare in articoli simili. Brani monolitici scritti da gruppi e artisti che non sono neppure così sconosciuti… ed infatti lo trovo inspiegabile.
Quella che segue sarà una top 15 (dalla canzone più “breve”, alla più lunga) di brani che presentano una struttura tipicamente convenzionale. Questo che significa? Semplicemente che abbiamo evitato di piazzare lunghe composizioni drone, ambient e dark ambient, free-jazz, o anche improvvisazioni stretchate all’infinito, loop programmati al PC e compagnia bella. Molte delle liste reperibili in rete contengono tutto ciò, pertanto se vi interessasse questo tipo di musica più estrema, potete comunque trovare questi risultati altrove. Al contrario, in questo articolo ho optato per una selezione che possa accontentare più persone possibili, così da permettere loro di conoscere tante realtà musicali piuttosto piccole, ma pur sempre relativamente “accessibili” (prendete con le pinze questo termine; parliamo comunque di musica complessa e ricca di sfaccettature e risvolti stravaganti…). Dubito possiate ritenere piacevole da ascoltare 100 ore di suoni indistinti e harsh noise, partorite dalle menti di artisti come Bull of Heaven, o Nurse With Wound, che — detto tra noi — non servono a un accidenti.
Non rientreranno in classifica neppure le lunghe composizioni in vinile a due lati (come Tubular Bells di Mike Oldfield (48:50), o A Passion Play dei Jehtro Tull (45:04), o Misplaced Childhood dei Marillion (41:06)) degli anni ‘70/’80, poiché seppur si trattasse di brani unici, il distacco tra i due lati del vinile li rende due suite/lati distinti. Di fatto, ci limiteremo a considerarli delle menzioni onorevoli in tutto e per tutto: oltre ad aver gettato le basi per le cosiddette “suite moderne” (molte di quelle in classifica lo sono), si tratta di autentici capolavori che qualsiasi appassionato dovrebbe ascoltare.
Restando quindi in zona 40/45 minuti, seguiranno le vere menzioni onorevoli: brani che raggiungono la durata delle suite summenzionate, ma prive della suddivisione in due parti separate. Sto parlando di:
Incoherence, del leggendario Peter Hammill (41:38);
An Endless Sky of Honey, dell'altrettanto leggendaria Kate Bush;
Six Degrees of Inner Turbulence (suite), dei Dream Theater;
Masal, di Jean-Paul Prat;
Seas of Changes, dei Galahad (tutte e 4 sui 42 minuti);
EDIT 2023: The Beggar Lover (Three) degli Swans (43:51);
45:33, degli LCD Soundsystem (indovinate un po' quanto dura...);
K.A. (I-II-III), dei Magma (48:49) (in generale dei Magma ci sarebbe da menzionare quasi tutto, ma mi limiterò a K.A.!).
Dopo tutte queste doverosissime premesse, è bene arrivare al cuore della questione per non rendere tutto più prolisso di quanto non lo sia già.
12 posizioni, 15 canzoni (alcune delle quali accorpate in un unico posto, data la durata simile, se non analoga). Perciò...
Direi di cominciare!
Echolyn - Mei (49:33)
Ad aprire la classifica c’è Mei; composizione di quasi 50 minuti scritta dagli americani Echolyn. Il Progressive rock made in U.S.A. è spesso considerato meno “nobile” rispetto alla controparte britannica, ma gli Echolyn rientrano di diritto tra i gruppi più originali del genere: una band che, a partire dagli anni ’90, è stata in grado di ravvivare il panorama con una proposta unica ed elegante, talvolta più rockeggiante, talvolta più cantautorale; colma di finissime citazioni (ma sempre originalissime) ai giganti del passato, primi tra tutti i Gentle Giant.
Mei è il loro sesto album in studio e indovinate un po’? La tracklist è composta esclusivamente da una traccia omonima: un meraviglioso viaggio cosmico; per metà soave e per l’altra tagliente, guizzante come una meteora. I 4 instancabili strumentisti, accompagnati da un’orchestra, sono riusciti a scrivere una delle migliori pagine della storia della musica contemporanea, senza che nessuno se ne sia minimamente mai reso conto. Una composizione suddivisa in svariati atti, in cui la forte poetica di un testo magnifico si sposa con delle vocals impeccabili e dei passaggi strumentali sinfonici da togliere il fiato. Munitevi di un buon paio di cuffie e abbandonatevi alla potenza di questa travolgente meraviglia sonora; sempre scorrevole e mai pesante. Non ve ne pentirete…
Galleon - The Ocean (52:07)
Un’altra band in attività dai primi anni ’90, i Galleon sono una delle tante realtà progressive rock (per la precisione neo-prog) svedesi di quegli anni. Piuttosto distanti dalle sonorità tipiche della nazione di provenienza, il gruppo è sempre passato immeritatamente in sordina rispetto a molti altri nomi, nonostante non avesse molto da invidiare a tante altre band appartenenti al neo-prog. I Galleon, infatti, rispetto al sottogenere in questione, si distinguono per sonorità meno lambiccate e più in linea con lo stile esplosivo di colossi quali Eloy o U.K..
Nel loro settimo album risalente al 2003, From Land To Ocean, è presente la pachidermica The Ocean, brano di oltre 50 minuti che occupa l’intera seconda metà del disco (doppio). La suite è colma di segmenti atmosferici, arpeggi cristallini, passaggi canori raffinati e persino un pizzico di ambient. C’è da dire, però, che non tutte le sezioni siano memorabili allo stesso modo e alcuni parti risultino un filino spente; complice, probabilmente, un mixaggio inadeguato alla caratura del materiale in questione. In ogni caso, è un ascolto obbligatorio se amate il progressive rock e se vi è piaciuta Mei: così come quest’ultima, anche The Ocean regala svariate cavalcate sinfoniche degne di nota, e la dedizione e la maestria degli strumentisti coinvolti è altrettanto degna di nota.
Fates Warning - A Pleasant Shade of Grey (53:46)
Dopo la sosta europea, torniamo in America e sempre negli anni ’90. È il turno dei Fates Warning, la prima band prog metal presente in classifica. A differenza del virtuosismo più tipico del genere, i FW sono una band piuttosto essenziale; concettualmente più vicini ad un hard rock dai toni molto cupi, ma sempre melodici. è evidente il loro amore per l’heavy metal classico, genere a cui Jim Matheos e i suoi sono particolarmente affezionati (e col quale hanno effettivamente esordito sin dagli anni ‘80, prima di virare a formule più intricate).
Dopo vari dischi tutti piuttosto brillanti, è con il loro ottavo album in studio che la band ci mostra il suo lato più ambizioso: A Pleasant Shade of Grey che, come molte delle altre posizioni in classifica, contiene la sola ed unica title-track. 12 parti per una composizione che, contro ogni convenzione, contrappone il metal tagliente dei nostri ad echi di rock gotico e incalzanti sezioni industrial; alternando digressioni strumentali claustrofobiche a vocals pessimiste e decadenti, in linea con le emozionanti lyrics. Non è il classico album di metal progressivo, così come i Fates Warning sono tutto fuorché la classica band appartenente al genere, ma ciò che è certo è che si tratti di un disco unico nel suo genere; meravigliosamente ricercato, ma mai prolisso. Un’autentica gemma.
Porcupine Tree - The Incident (55:38)
Per coloro che conoscono un po’ il prog rock moderno, direi che servono ben poche presentazione per i Porcupine Tree. Nonostante musicalmente non fossero perfettamente conformi al genere, la band si è fatta conoscere negli anni per un approccio estremamente originale e svariate fasi, sempre piuttosto differenti l’una dall’altra. Capeggiati dal talentuoso Steven Wilson, I PT hanno rinnovato la propria creatività di album in album, senza mai adagiarsi a uno stile preciso e svoltando tra idee imprevedibili e sempre personali. Ed è forse proprio con l’ultima fase, che la band è stata consacrata all’olimpo sacro del prog moderno.
The Incident è l’ultimo dei loro dischi prima della recente reunion; nonché uno dei meno apprezzati dai fan (ingiustamente): un doppio album contenente la monolitica suite dallo stesso nome, suddivisa in 14 parti. Estremamente eterogeneo, il viaggio di The Incident è tumultuoso e incontrollabile, tra riff di chitarra pesantissimi, sezioni sperimentali, passaggi di chitarra acustica e vocals nonstalgiche che si rincorrono senza sosta. Nonostante un paio di momenti leggermente sottotono, trovo questa suite il resoconto perfetto della carriera della band britannica; un’odissea di suono dalle vaste contaminazioni musicali, che dà pieno sfoggio delle qualità compositive di Wilson.
Thence - These Stones Cry From the Earth (57:09)
I Thence sono stati l’ultimo gruppo scoperto per la realizzazione di questa classifica. Non hanno mai ricevuto né l’amore né la ricognizione che, a parer mio, si meritano con tutto il cuore. Si tratta di un duo finlandese catalogato ed accostato erroneamente al metal sperimentale… nulla di più sbagliato. I Thence scrivono del progressive rock dinamico, sognante e siderale, carico di emotività e ricco di raffinatissimi passaggi strumentali; tutto bilanciato tra momenti più pesanti (ma mai banali, né vicini alla musica più estrema) ed altri puramente atmosferici.
These Stones Cry From the Earth è il loro primissimo album in studio, composto dalla sola ed unica title-track che sfiora i 60 minuti. Per essere una prima prova, non posso che ritenerla oltremodo magnifica. Prendete i Katatonia più ispirati, aggiungete un pizzico dei Floyd più psichedelici e degli Anathema di metà carriera: voilà! Una composizione che non ha niente da invidiare ad altri giganti del genere e che, nonostante i nomi citati, suona davvero ispirata e mai derivativa; sempre singolare e piena zeppa di sorprese. Si sente tutta l’ispirazione e l’abilità di questi due musicisti — sì principianti, ma già più che competenti— sfortunatamente misconosciuti (e di cui, ormai da un po’ di anni, non si hanno più notizie in merito a nuove attività…).
The Samurai of Prog - The Demise (57:18)
Se i Thence erano misconosciuti, i Samurai of Prog sono la quintessenza del progressive rock underground. Il trio italo-finlandese, formato da Marco Bernard, Kimmo Porsti e Steve Unruh, è un’autentica istituzione per i fan del genere, in grado di proporre del rock sinfonico estremamente vario e rispettoso della tradizione anni ’70. La proposta orchestrale del trio, infatti, è sì un autentico tributo agli anni d’oro del genere in questione, ma anche una reinterpretazione ammodernata e scritta divinamente. Ogni composizione, infatti, è sempre infarcita di talentuosi strumentisti (più o meno noti) provenienti da tutto il mondo.
Il loro quarto album Lost and Found è un doppio disco come svariati altri in classifica: oltre 100 minuti di musica divinamente scritta dal trio, dove a spiccare c’è The Demise, traccia che ricopre tutta la durata del secondo CD. Anche qui ci troviamo di fronte una composizione molto articolata e complessa, in cui si avvicendano ospiti validissimi tra cui il bravissimo Mark Trueack (Unitopia) alla voce. Forse non tutte le sezioni funzionano come dovrebbe, ma per il resto il brano è indimenticabile; merito anche della ricchissima orchestra di suoni che lo accompagna. Numerosissimi i richiami al mondo del prog classico, in particolar modo agli Yes più ispirati (senza, tuttavia, scadere nel citazionismo futile o nel plagio) in un delirio fantasy eclettico e divertentissimo dall’inizio alla fine.
(Nota: vista la volontà del gruppo di impedire la pubblicazione del proprio materiale in rete, inutile dire che il brano su YouTube non è mai stato caricato, né è presente nei servizi di streaming. L’unico modo legale per ascoltarlo è tramite acquisto del CD o della versione MP3 presente su Amazon. Se vi interessasse, qui il link per l’acquisto.)
The Flower Kings - Garden of Dreams (59:16)
Dopo aver finalmente toccato anche i giorni nostri con le 3 posizioni precedenti, possiamo tornare ai magnifici ’90s e sempre in Svezia. Ecco a voi, i Flower Kings; altra grande band di progressive rock moderno. A differenza tuttavia di gruppi come Echolyn e Porcupine Tree, i Re dei fiori non hanno mai fatto mistero di essere dei nostalgici, piuttosto che degli innovatori: la loro musica, per quanto comunque molto fresca, è del tutto ancorata alla tradizione sinfonica degli anni ’70, quella di band come Focus, Camel e Kaipa (di cui lo stesso Roine Stolt, - frontman dei TFK - era membro originario), con una buona dose di influenze musicali fortemente personali (hard rock di inizio ’70, world music e, in alcuni dischi, persino il jazz più sofisticato).
Garden of Dreams rappresenta la traccia d’apertura del disco 1 del loro quarto album in studio, il mastodontico Flower Power. Stolt & soci non sono mai stati tipi da less is more, e si sente: in 18 movimenti riescono a costruire una composizione senza eguali, un inno al progressive rock più colorato ed eclettico che sia mai esistito. La musica è sgargiante ed imprevedibile, caratterizzata da arrangiamenti pastorali e bucoliche; poi improvvisamente blues e jazzy; fino ad autentiche follie elettroniche. Una delle prove più originali e intriganti mai firmate dalla band. Per quanto ostico, è impossibile non lasciarsi risucchiare in questo “viaggio negli angoli più remoti del vostro animo”…
Mike Oldfield - Amarok (60:04)
Se i Porcupine Tree rappresentano, probabilmente, il gruppo più noto della classifica; credo che Mike Oldfield sia, allo stesso modo, il musicista solista più conosciuto al suo interno. L’istrionico polistrumentista e compositore, già nominato nell’introduzione a proposito di Tubular Bells, è uno dei geni musicali più apprezzati e noti della nostra epoca. Autore di alcune delle composizioni new-age e progressive migliori della storia della musica, ingabbiare Oldfield in un solo genere equivarrebbe ad un sacrilegio, vista la sua camaleontica vena creativa, che gli ha permesso di scrivere pagine della musica sempre differenti, senza mai ripetersi e approcciando ogni tipo di direzione musicale esistente.
Amarok, suo tredicesimo album in studio, si compone esclusivamente del lungo brano omonimo, nella quale l’artista britannico dà piena dimostrazione di tutte le sue capacità: Oldfield suona da solo oltre 30 strumenti, servendosi dell’aiuto di pochissimi collaboratori. La composizione è, senz’ombra di dubbio, uno dei punti più alti mai raggiunti dal musicista, che sfoggia alcuni dei suoi marchi di fabbrica (come le sue cavalcate cadenzate e martellanti) e li fonde assieme a sonorità elettroniche, dance, sperimentali, rumoriste, folk rock ed altre puramente chitarristiche. Non c’è un minuto per riprendere il respiro e la partitura del brano rientra di diritto tra le più complesse mai scritte; ciononostante, la musica scorre come un treno e si fa man mano sempre più incontenibile.
Green Carnation - Light of Day, Day of Darkness (60:06)
Due lunghi brani che durano allo stesso modo, ma viaggiano su binari totalmente opposti. Difatti, cambiando completamente genere rispetto ad Amarok, facciamo la conoscenza dei Green Carnation, una delle numerose band progressive metal scandinave (norvegese, per la precisione) nate sul finire degli anni ’90. Come molti altri gruppi dell’epoca, il loro sound è ancorato ai sottogeneri più estremi del periodo, come black e death metal; in netta opposizione a quelle che erano le band prog metal di fine anni ’80, inizio ’90 (come, appunto, i Fates Warning o i Queensrÿche).
Light of Day, Day of Darkness, oltre ad essere la loro “canzone” più lunga, è forse anche quella che esprime meglio il potenziale compositivo e creativo della band: un bestione di un’ora esatta, eclettico e pregno delle sfumature più impensabili. Tra lunghe e pesanti digressioni black/doom metal, non mancano anche momenti più delicati, lenti e più vicini a delle ballad folk tradizionali. Le atmosfere sono perlopiù cupe e “nordiche”, e le sonorità adottate sono innumerevoli (tra jazz, psichedelia e persino musica classica). Numerose sono anche le transizioni interamente acustiche, pastorali ed evocative, proprio come quelle dei primi Opeth (“colleghi” svedesi). La produzione non eccelle, ma comunque ci troviamo di fronte ad un lavoro lodevole, adattissimo anche a chi non ama il metal estremo.
Edison's Children - Silhouette (67:24)
Gli Edison’s Children sono un trio musicale nato nel 2006 un po’ per caso: quando Pete Trewavas (bassista dei Marillion) si trovò a improvvisare con Eric Blackwood (cantatutore, chitarrista, tecnico audio e collaboratore degli stessi Marillion) prima di un concerto, capì di trovarsi di fronte a un musicista con la sua stessa sensibilità. Il duo passò presto dalle improvvisazioni a scrivere musica, formando così gli Edison’s Children, veicolo creativo per entrambi i musicisti, al quale poi si aggiunse il polistrumentista Rick Armstrong (figlio dell’astronauta Neil). La loro proposta musicale è vicina a un cantautorato sperimentale, mostrando talvolta alcune, leggere affinità col sound dei Marillion dell’era Hogart.
The Final Breath Before November è il loro secondo album in studio, e a “chiudere” la tracklist c’è proprio la pachidermica Silhouette; un’altra suite in 13 movimenti. Un brano dagli arrangiamenti sospesi e dalle atmosfere malinconiche, ma che spesso e volentieri vira improvvisamente in digressioni intense ed adrenaliniche, o in brevi intermezzi neofolk. Forse non tutte le parti della canzone si incastrano alla perfezione (alcune paiono piuttosto dei brani a sé stanti e legati l’un l’altro soltanto in seguito), rendendo l’esperienza meno digeribile di altre in classifica; tuttavia, il songwriting dei due musicisti è davvero particolare, tanto da rendere la canzone un’esperienza unica nel suo genere. Senz’ombra di dubbio, questa deviazione dal suo gruppo principale, ha permesso a Trewavas di esprimere il proprio talento compositivo senza compromessi.
Devil Doll - The Sacrilege of Fatal Arms (68:50 + ghost track)
Partiamo da un presupposto: bisognerebbe scrivere un articolo appositamente solo sui Devil Doll. Parlarne in breve è impossibile, dato che ci troviamo di fronte ad un progetto artistico (non soltanto musicale) di enorme pregio. Un rarissimo tassello della storia della musica, ancora piuttosto sconosciuto, ma che meriterebbe di essere riscoperto e glorificato. Ora più che mai, infatti, i Devil Doll rappresentano qualcosa di leggendario: la doppia formazione italo-slovena, guidata dal genio di Mario Panciera (in arte Mr. Doctor), ci ha donato alcuni dei lavori di musica e cinema sperimentale migliori della storia, per poi scomparire nell’etere.
The Sacrilege of Fatal Arms è il quinto album in studio del gruppo, ed è una versione ampliata e corretta del precedente Sacrilegium. Un’opera davvero senza eguali; un’autentica gemma scritta appositamente per accompagnare un omonimo film horror sperimentale muto, diretto dallo stesso Mr. Doctor (già autore di tutta la musica). Un tripudio di soluzioni musicali oscure e tenebrose, cesellate in un’impalcatura puramente orchestrale che sfocia spesso in momenti più rock e post-punk. Una traversata tra le sfumature più buie dell’animo umano; una composizione imperscrutabile, che ha poco da invidiare persino ai giganti della musica classica. Lasciatevi coinvolgere anima e corpo in questo angusto cammino, non ve ne pentirete…
(Nota: in rete è riportato che l'album dura un'ora e 19, ma il minutaggio corretto è quello che trovate scritto sul sottotitolo, in quanto buona parte degli ultimi minuti sono di silenzio. C'è una breve ghost track, The Funeral, che inizia intorno ai 72 minuti.)
Chris Butler - The Devil Glitch (68:51)
Non conoscevo costui prima della classifica e mentirei se dicessi che lo conosco ora, dopo essermi documentato. In ogni caso, Chris Butler è un cantautore piuttosto prolifico, che ha collaborato con svariati altri colleghi americani e si è cimentato in numerosi progetti musicali e album solisti, di genere diverso (principalmente new wave e post-punk).
Il suo nome, in ogni caso, è "noto" proprio per questa lunga - e a mio dire un po' stucchevole - The Devil Glitch: canzone del '97 che, fino a qualche anno fa, deteneva il guinness world record per "il brano pop più lungo di sempre".
Ve la faccio breve: per quanto orecchiabile, è ripetitiva all'inverosimile. Di fatto, lo stesso Butler ha ammesso in un'intervista (che trovate qui, assieme al "testo") che TDG era nata come una canzone da 5 minuti, ma che finì per smanettarci così tanto (assieme ad altri musicisti), che la rese involontariamente la canzone pop più lunga di sempre, con 500 versi/ritornelli che ripetono praticamente sempre lo stesso verso fino allo sfinimento.
Su YouTube potete trovare la versione breve del brano, ma se vi sentite coraggiosi potete cimentarvi in questo tour de force di oltre un'ora di "sometimes you can fix something by just..." (x500).

Giancarlo Ferrari - Apparente Libertà (76:47)
Non conoscevo costui prima della classifica e mentirei se dices-
Oh, aspetta, ma è quello che ho scritto anche sopra!
Be’, qui vale all’ennesima potenza. Se non anche di più: chi è Giancarlo Ferrari? Un arciere olimpionico, come sosterrebbe Wikipedia? No, ragazzi, Giancarlo è colui che, nel 2008, ha sconfitto il nostro amico Chris Butler… Accaparrandosi il suo posto nel guinness dei primati con la VERA “canzone pop più lunga al mondo” (a oggi risulterebbe tuttora imbattuto). Oltre ciò, è anche il fondatore della band Some Sad Clowns.
Apparente Libertà è una canzone pubblicata nel 2008 che dura oltre un’ora e quindici, e si distingue da tutte le altre posizioni per essere realmente ciò che si potrebbe definire “musica pop” a tutti gli effetti. Si tratta, infatti, di un pezzo di synth pop piuttosto bizzarro (a voler essere clementi…) e, un po’ come per The Devil Glitch, caratterizzato dalla costante ripetizione di versi e ritornelli pressoché identici tra di loro; inframezzati da qualche sezione strumentale, dove le tastiere la fanno da padrona. Se vi sentite davvero coraggiosi potete cimentarvi in questo viaggio, ma voglio avvisarvi che io non ce l’ho fatta ad arrivare alla fine (con nessuna delle altre tracce in classifica è successo… vedete voi). Scusami Giancarlo, sarai un connazionale e sono sicuro che sarai anche una brava persona, ma diciamo che per un brano così, forse 8 minuti sarebbero bastati e avanzati…
Transatlantic - The Whirlwind (77:56)
Dopo aver esaminato generi diversi nelle ultime posizioni, torniamo a ciò che apriva la classifica: progressive rock. Stavolta ci troviamo di fronte ad un supergruppo a dir poco portentoso: I Transatlantic sono una band multinazionale, che riunisce 4 dei musicisti più geniali ed indefessi del prog contemporaneo: Neal Morse (ex-Spock’s Beard, Flying Colors), Pete Trewavas (di nuovo lui, pilastro dei Marillion), Mike Portnoy (ex-Dream Theater, Flying Colors anche lui + 500.000 altri gruppi) e il grande Roine Stolt (anche lui già presentato, membro di tante altre band oltre i Flower Kings). L’unione di 4 talenti simili dà vita al meglio che il genere possa offrire a partire dagli anni 2000.
The Whirlwind, senza tanti giri di parole, è un vero e proprio tornado di emozioni indescrivibili. La qualità della musica è senza pari, e in 12 movimenti i 4 musicisti costruiscono un crescendo sensazionale che dà pieno risalto alla totale maestria di ognuno di loro. Un’opera magna, un manifesto sulla creatività più sfrenata, inanellata tra note di rock sinfonico, jazz e psichedelia. Produzione cristallina e una dose di interplay ineccepibile: in quasi 80 minuti non traspare la minima sbavatura, non vi è la minima nota fuori posto. Un altro punto altissimo della storia del rock, di cui si parla sempre troppo poco nonostante l’estrema scorrevolezza di una composizione tanto audace. Tutto funziona così bene da chiedersi se questo disco sia stato registrato da esseri umani, o se si tratta di creature extraterrestri…
Bell Witch - Mirror Reaper (83:15)
(Paragrafo scritto dal secondo admin, Chopin)
Ammetto che non eravamo certi al 100% di inserire una canzone doom metal in questa classifica, in quanto rispetto alla posizione precedente (occupata dalla mastodontica The Whirlwind), ci sembrava iniquo paragonare una suite articolata tanto quanto quella dei Transatlantic, a quella che potrebbe sembrare una canzone allungata inutilmente. Nonostante ciò, la premessa di questa lunga classifica non era solo sbugiardare i vari articoli che ci siamo ritrovati sul web, ma anche farvi conoscere nuova, buona musica che possibilmente potesse piacervi e, facendo una breve ricerca, ci siamo resi conto che i Bell Witch - e in particolare la loro Mirror Reaper - sono ampiamente apprezzati dall'intera community metal. Quindi, nonostante non siano un gruppo proprio per tutti, arrivati fin qui sarebbe un crimine non dar loro il posto che meritano. Ultimo album in studio della band, Mirror Reaper è un unico, lungo lamento straziante di dolore, dedicato al deceduto batterista e cantante del gruppo, Adrian Guerra. Tra lunghi e pesanti accordi distorti, follemente stretchati fino all'impensabile, incede lentamente una batteria cadenzata per gran parte della durata del brano. Le vocals in growl non fanno che incupire il tutto, in un'atmosfera fredda e desolata. Si alternano, infine, dei momenti puramente atmosferici (cantati in clean) che recano un maggiore senso di progressione all'opera, rendendo la desolazione non soltanto tetra, ma anche catartica.
Il mixaggio dà molto risalto alla chitarra, ogni nota sembra donare la stessa sensazione di angoscia più della precedente, senza mai scadere nel puro ed inutile rumore. Insomma... se avete voglia di deprimervi per quasi un'ora e mezza con qualcosa che non sia completamente inascoltabile, Mirror Reaper fa decisamente al caso vostro!
Note a margine:
Ebbene sì, cari lettori, l’articolo è terminato. Non mi sembra vero! L’idea di scrivere questa pachidermica raccolta/classifica risale addirittura a febbraio… quindi diciamo che ho impiegato un po’ per terminare e rifinire il tutto. Un bel po’… per una serie di motivi (tutti più che ragionevoli, giuro: tra tutti, dati non salvati mentre scrivevo) piuttosto iellati.
Chiusa questa parentesi, sappiate che questa inizialmente doveva essere una top 10. Tuttavia, per evitare gli stessi errori di molte delle liste online, e per risultare il più esaustivo possibile, ho cercato in lungo e in largo se avessi dimenticato qualcosa. Molti dei nomi che trovate mi erano già noti (così come le canzoni associate), ma molti altri no, e non potevo di certo ignorarli per “sbrigarmi”. Proprio per questi motivi (come già accennato in precedenza), reputo che questa sia la classifica più obiettiva che potrete trovare in giro riguardo le canzoni più lunghe di sempre. Non dico di diffidare dalle altre, eh! Ma al contempo, vi invito a considerare la nostra un autentico punto di riferimento; quanto meno se non siete acoliti di musica estrema e speravate di trovare un brano di rumore bianco lungo 3 ore. Se così fosse, vi consiglierei di rivolgervi altrove (e se possibile il più lontano possibile da qui…). Comunque sia, questo è quanto. Spero possiate apprezzare il lavoro svolto e spero soprattutto che la redazione di Remedy Lain possa avervi invogliato ad ascoltare qualcuna delle lunghissime canzoni in classifica, senza farvi spaventare dal minutaggio un tantino estremo.
Vi ricordo che è un lavoro svolto esclusivamente per passione e amore della musica, dal quale non è prevista la minima entrata monetaria. Pertanto se avete critiche, o volete segnalare una mancanza (possibilmente non legata ai generi/sottogeneri musicali deliberatamente esclusi, come riportato nell’introduzione), siete liberi di farlo ma senza essere troppo abrasivi. Detto questo, grazie infinite se siete arrivati a leggere fin qui. Meritate un premio che vi…
…Che vi…
…Dio mio!
Ma cos’è questa roba?! 13 ore di canzone?! Ma poi che razza di titolo è mai questo?! Qui non c’è traccia di Bossanova…!
Be’, indipendentemente da tutto, eccovi la VERA canzone più lunga di sempre. Non è un brano “pop”, ma non rientra neppure tra i generi che abbiamo deciso di escludere per stilare la classifica. Si tratta di un’infinita composizione new-age, con tanto di vocals e svariati momenti di musica d’ambiente. Certo è, che 13 ore forse sono un po’ troppe, ma non siamo qui per lamentarci delle durate (altrimenti questo articolo non esisterebbe in primo luogo). I più sentiti complimenti da parte dell’intero staff di Remedy Lain, signor P C III: lei domina questa classifica con oltre 11 ore di distacco dagli altri concorrenti. Il premio? Un biglietto per le Maldive…
Per voi lettori niente viaggio, però. Il premio era questo. Delusi? Dai, non fate quella faccia…





Commenti