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Underground Railroad - EPISODIO PILOTA

  • Immagine del redattore: Kitsune
    Kitsune
  • 5 mar 2023
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 12 dic 2024

Carissimi e carissime, benvenuti in quella che – penso e spero proprio – diverrà una nuova rubrica di Remedy Lain. No, non tratterò di locomotive o ferrovie come il titolo potrebbe indurre a pensare, bensì vi presenterò una serie di band o artisti decisamente… underground. Indipendentemente dalla provenienza storica o dal genere al quale appartengono. Musica che, comunemente, è raro scoprire o persino reperire (sia in digitale, che – figuriamoci – in copia fisica), ma che meriterebbe notevolmente di più rispetto a quanto fruttato nel corso degli anni. Le premesse sono semplicissime e la lettura dovrebbe esserlo altrettanto. Non avrà una cadenza precisa, ma pubblicherò gli episodi man mano che troverò sufficiente materiale da trattare (e sarò colto dall’illuminazione divina, naturalmente…).


Per rendere tutto meno dispersivo e più coerente possibile, eviterò di selezionare nomi estremamente differenti tra loro nel corso di un unico episodio. In altre parole, difficilmente inserirò una band elettronica anni ’90, seguita subito dopo da una qualche cantante folk austriaca anni ’60. Tenterò, piuttosto – nei limiti del possibile – di proporvi una serie di “percorsi” (naturalmente in senso lato) di lettura musicalmente coerenti, nel quale ogni artista scelto avrà una certa affinità col successivo e così via, in modo da evitare articoli troppo sconnessi o raffazzonati.


Sorprendentemente, non c’è nient’altro. È tutto qui: niente particolari divagazioni o istruzioni alla lettura, questo è quanto vi basta sapere. Ciò che, naturalmente, è sottinteso, è che non si tratterà di intere monografie, o lunghe retrospettive sulla carriera degli artisti citati; quanto più di “presentazioni” relativamente stringate e contenute, con annessi consigli su eventuali dischi da ascoltare e pareri – più generali – sul loro repertorio. Se necessario, potrei anche prendere in considerazione l’idea di articoli dedicati ad un solo nome (sulla base di quanto corposo, o importante è il suddetto), così da permettervi di scoprire e trovare informazioni altresì difficilmente reperibili sul web. Proprio perché, sì, tratterò di personaggi molto spesso misconosciuti (non sempre, ma…).


Va be’, direi che ci siamo capiti: per aver cominciato il precedente paragrafo con “non c’è nient’altro”, direi che di altro ce n’era eccome. Ora, però, possiamo partire. E a chi l’onore di aprire le danze di quest’episodio pilota, se non a chi ha dato l’idea per il nome della nuova rubrica?




Angel’in Heavy Syrup


Per fan di: Amon Duul II, CAN, Les Rallizes Dénudés, Gong, Bardo Pond, Mazzy Star, Siouxsie & the Banshees



Band interamente al femminile, le Angel’in Heavy Syrup rientrano di diritto tra le pioniere della vastissima scena noise/psichedelica giapponese, pur presentando delle differenze stilistiche non da poco rispetto ai canoni più tipici del filone. Se, infatti, da un lato band come Boris o Boredoms fanno del white noise una sorta di principio esistenziale, il trio femminile di Osaka invece si trova agli antipodi: attingendo da sottogeneri dei decenni passati quali raga, psyfolk, surf e acid rock, le nostre hanno costruito una personalissima contrapposizione tra la pesantezza dei suoni anni ’90 e la psichedelia anni ’60 e ’70; senza tralasciare persino un certo savoir faire più ottantiano, ancorato alla new wave, al rock gotico e l’avanguardia.


I risultati di questa peculiare ricetta danno vita ai quattro album in studio pubblicati nel corso di un intero decennio (dal ’91, esordio, fino al ’99, ultimo album in studio), tutti omonimi accompagnati da un numero romano. Senza mai virare bruscamente dalle formule musicali sopraindicate – ma stravolgendo un po’ le carte in tavola di volta in volta – le Angel’in Heavy Syrup hanno maturato uno stile sempre più personale e distinguibile nel corso dei 4 dischi, migliorando gradualmente di pubblicazione in pubblicazione. È evidente come, infatti, il suono e l’identità della band si sia fatto sempre più definito e cesellato durante tutti gli anni ’90, con i dischi III e IV in particolare considerati cult della scena underground. Sfortunatamente, però, anche se giunte al loro picco coi due lavori succitati, la band entrerà in quella che è – tuttora, in teoria, non essendo mai state rilasciare dichiarazioni di un effettivo scioglimento – una pausa a tempo indeterminato. Dal 2002 in poi, ciascuna delle ragazze rimaste nel gruppo (nato inizialmente come quintetto e terminato come trio) si è cimentata nei progetti più disparati, tutti sfortunatamente di brevissima durata: le due chitarriste - Fusao Toda e Mine Nakao – hanno fatto parte rispettivamente degli Acid Eater e degli She Brings the Rainbow, mentre la bassista e cantante Itakura Mineko ha partecipato in tempi recenti ad un EP di cover di classiche canzoni enka, rivisitate in chiave psichedelica.



Purtroppo, ad oggi è piuttosto difficile reperire notizie o anche solo informazioni sulle ex-componenti della band, o su un’eventuale reunion (o un progetto ex-novo). Ciò che è certo, tuttavia, è che le Angel’in Heavy Syrup siano state una delle realtà musicali più originali, intriganti e intelligenti dello scorso millennio; in grado di padroneggiare la potenza della psichedelia eterea e giustapporla ad un’attitudine tagliente ed energica degna del punk più sofisticato. Una band senza eguali che avrebbe meritato notevolmente di più, in madrepatria e non solo.






Golden Syrup Lovers


Per fan di: The Smiths, The Breeders, Inspiral Carpets, Primal Scream, Happy Mondays, Stereolab, Super Furry Animals



Restando in tema sciroppi e scendendo ancor più giù nella scala di “sconosciutezza” musicale, sempre ad Osaka (neanche a farlo apposta!) facciamo la conoscenza dei Golden Syrup Lovers: la quintessenza totale dell’underground giapponese. Se, infatti, una band come le AHS poteva contare dalla sua un ristretto ma fedelissimo pugno di estimatori, i GSL sono stati sempre legati alla dimensione underground più pura; quella fatta di esibizioni amatoriali, cassette e CD introvabili persino quando ancora in attività - perlopiù distribuiti dagli stessi membri del gruppo, o venduti in chissà quale piccolissimo negozio di dischi nascosto tra le vie residenziali di Osaka – e anni di infinita gavetta.


Nati come quartetto nel 1993 (salvo poi divenire anche loro un trio in pianta stabile), auto-producono il loro esordio omonimo nel 1996, – esclusivamente in cassetta e attualmente introvabile – salvo poi approdare in alcune major minori (ossimoro non voluto...) che pubblicheranno i tre dischi successivi: Ripper, Hue e AΩA. Ciascuno dei tre lavori presenta un’identità differente e distinta, sebbene le radici della band risultino piuttosto chiare: traendo una certa ispirazione da tutto il jangle rock, dal filone del madchester e del britpop, il suono della band oscilla tra il dream pop più soave, all’alternative e il garage rock più grezzo; senza disdegnare incursioni di neo-psichedelia, noise ed elettronica. Anche qui, ciò che ne esce fuori è uno stile decisamente originale e, visti gli anni di pubblicazione (1998 – 2003), risulta evidente che abbiano anticipato (assieme agli altrettanto grandi Luminous Orange) un certo tipo di shoegaze - tipicamente orientale - chiassosa e rarefatta che, ad oggi, è tuttora molto in voga. Hue, in particolare, è forse la prova più completa della band: un’ora di schitarrate senza sosta, gorgheggi ipnotici, ma anche ballate più fini, momenti acustici e cavalcate di synth psichedelici; accompagnati dalle vocals pindariche di Rie Nagatsuji. Quest’ultima, nello specifico, sembra essere l’unica dei membri del trio a non essere totalmente scomparsa dalle scene: sebbene di rado, pubblica sul suo canale youtube aggiornamenti riguardanti la sua musica e, sorprendentemente, proprio lo scorso anno (2022) ha pubblicato un EP intitolato “blacklight”.



Anche qui non è chiaro che sia accaduto alla band, ma è evidente si siano sciolti ormai un ventennio fa, e la scarsissima fama riscossa non aiuta a scoprire di più sulla loro storia. Molto probabilmente, ci troviamo di fronte un gruppo che è stato penalizzato da un tempismo e un “periodo” in cui ciò che suonava non era di grande interesse in Giappone. Ciò che è certo, però, è che una proposta simile, in tempi moderni, avrebbe spopolato su bandcamp e tra le pagine di board musicali varie; motivo per cui siete autorizzati – anche se in ritardo di 20 anni – ad ascoltarli e dar loro un po’ dell’amore che non hanno mai ingiustamente ricevuto…





chouchou merged syrups.


Per fan di: Sunny Day Real Estate, Ling Tosite Sigure, Mew, At the drive-in, tricot, Mass of the fermenting dregs, Circa Survive



Sembra che io lo abbia fatto apposta (e in effetti è proprio così...), ma a chiudere l’episodio pilota di Underground Railroad ci pensa un’altra band giapponese, con frontman femminile e… con “syrup” nel nome. Parlo dei chouchou merged syrups., quartetto nato a Kyoto – e non a Osaska, come i precedenti - nel 2010 e scioltosi nel 2016. Particolarmente apprezzati e vantando un discreto seguito durante gli anni di attività, il gruppo – nel corso della breve carriera – si è distinto per un approccio piuttosto originale nella scena math rock/post-hardcore giapponese; già piuttosto satura di artisti di ogni tipo. Difatti, anche senza infarcire o contaminare la loro musica di chissà quali disparate influenze, i chouchou hanno sempre prestato un’attenzione minuziosa al songwriting, trovando un punto di incontro tra la furia chitarristica tipica del genere, e la grazia di un cantautorato cristallino in linea con l’art pop.


Alla luce di tutto ciò, la caratteristica più sorprendente della musica dei cms. è l’immediatezza delle composizioni: sempre strutturalmente/tecnicamente complesse, ma mai pesanti o barocche da ascoltare. Quasi ogni singolo brano del gruppo è un esempio lampante di questa divergenza; alternando in egual misura tra digressioni arzigogolate e atmosfere sognanti. Nella fattispecie, Il loro primo, vero disco completo - yesterdays, 12 films later - è il lavoro che più mette in mostra la duplice natura della band e lascia intravedere perfino un chiaro desiderio di espandere gli orizzonti musicali. Desiderio, questo, mai avverato, in quanto sarà subito dopo la pubblicazione del LP che la band chiuderà i battenti per divergenze artistiche; accusando una certa “incomunicabilità” tra ciascuno dei membri (causata da esigenze troppo diverse fra loro). Cionondimeno, in soli 6 brevissimi anni, i chouchou merged syrups. sono stati estremamente prolifici, sfornando – oltre il lavoro succitato – anche un demo e due mini-album (il buon since, e lo spettacolare clepsydra, probabilmente la loro prova più complessa e sfaccettata nella sua brevità) e prendendo parte ad un’infinità di date dal vivo e concerti di apertura.



Insomma; sulla carta le premesse per essere consacrati a “santoni” del J-rock c’erano tutte, così come era evidente che l’evoluzione artistica della band era totalmente in divenire. Anche qui, però, le cose non sono andate nel migliore dei modi e – tuttora – nessuno dei 4 membri della band ha più proferito parola in merito a nuove esperienze musicali o partecipazioni di alcun tipo. Anzi, nessuno di essi sembra persino utilizzare social media, e tutto ciò che è rimasto della band sono i vecchi canali di comunicazione ormai inattivi dal 2016. La loro musica, tuttavia, è più fresca che mai e sarebbe iniquo non cogliere la palla al balzo per ascoltarli: se, infatti, le due “band sciroppo” precedenti potrebbero non accontentare tutti i palati, l’accessibilità – solo apparente – dei chouchou merged syrups. dovrebbe mettere d’accordo un po’ tutti. O, almeno, è ciò che mi auguro.




Varie ed eventuali che non c'entrano granché con l'articolo


Giusto cielo, era tanto di quel tempo che non scrivevo una parentesi conclusiva per un articolo, che ora come ora mi sembra un'assurdità (nonostante, a conti fatti, i blog siano nati per... questo). Comunque sia:

Questo episodio pilota sarà un caso isolato, poiché nei prossimi non sarò altrettanto fiscale nel cercare band così indissolubilmente legate fra loro (lol). Ovviamente non mancherà un tema centrale, ma sarà molto meno marcato di stavolta. Inoltre, è possibile che inserirò anche uno o due nomi in più; dipenderà tutto dal taglio che vorrò dare al pezzo (solo tre artisti obiettivamente è un po’ pochino).


Naturalmente, non so quando uscirà questo fatidico prossimo, primo vero episodio della rubrica: come forse avrete intuito, sono al lavoro su “25 dischi per riassumere il 2022” (che ha la priorità su tutto, al momento) e ricorderete, dalle due edizioni precedenti, come scrivere e organizzare questo tipo di articolo sia un’impresa che richiede tempi biblici (sia per ascoltare come si deve tutti i potenziali candidati da inserire, – oltre che sceglierli in primo luogo – sia per accertarmi di non aver perso pubblicazioni interessanti, ma soprattutto perché snocciolare un album e riassumerlo in giudizi “neutrali” da 6 o 7 righe richiede taaaanta fantasia. Tanta. È molto stimolante, però, questo è innegabile…). Nel frattempo, spero abbiate apprezzato questo ritorno dopo mesi di silenzio, con una rubrica un po’ vecchio stile.

Di solito i buoni propositi si stilano ad inizio anno, ma sì, l’intenzione per il 2023 sarebbe quella di tenere attivo quanto meno mensilmente - o bi-mensilmente - il blog. Che io ci riesca, naturalmente, è tutt’altro paio di maniche. Finalmente, però, idee ne ho e vorrei approfittarne.


Va be’, non vi tolgo altro tempo. Grazie mille per essere giunti fin qui. Ci vediamo il prima possibile coi dischi del 2022!

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